Il titolo di cui sopra è totalmente ripreso da uno dei recenti lanci di agenzia, (particolarmente significativi) per l’annuncio dell’avvenuta costituzione, nella capitale francese, della sessione plenaria della IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change)
Il fatto nuovo rispetto al passato è che tale sessione finalmente si apre con una particolare attenzione su di essa da parte dei governi europei : la gravità del degrado climatico ed i disastrosi fenomeni ambientali che si susseguono, con allarmante frequenza in Europa e nel mondo, cominciano ad essere presi in seria considerazione a livello politico e non solo in Francia.
Il complesso delle alterazioni climatiche (uragani, siccità, sbalzi di temperatura), gli estesi inquinamenti e desertificazioni nonché la rapida distruzione di parte notevole della biodiversità, hanno raggiunto livelli tali da non poter più essere ignorate.
Ora due cose sono chiare a tutti :
1) l’evidente progressivo degrado della biosfera di cui gli uragani Katrina e Kyrill, il rapido scioglimento dei ghiacciai, l’aumento della CO2 nell’aria e del livello dei mari
non sono che sono le prime semplici manifestazioni conseguenti ; ciò che seguirà non sarà certo di intensità e di pericolosità inferiore.
2) che tutto ciò è in dipendenza delle attività umane.
Quello che non è ancora possibile definire perfettamente sono l’accelerazione e l’entità con cui si manifesteranno i fenomeni in futuro e molto, a tale proposito, dipenderà dalla rapidità e dalla dimensione delle misure di contrasto che saremo in grado di applicare da ora in poi.
E’ causa di grande rammarico dover ricordare che l’umanità avrebbe potuto risparmiare a se stessa la maggior parte di queste prove se, alle prime analisi degli scienziati su quanto stava accadendo fossero seguite subito adeguate iniziative di salvaguardia : allora sarebbero state certamente molto più efficaci e di dimensioni più limitate di quello che occorrerà fare adesso e in futuro.
Purtroppo si sono persi trenta anni da quando la prima conferenza mondiale sulla desertificazione di Nairobi nel 1977 ha lanciato il primo appello internazionale sui danni incombenti. Analisi poi confermate puntualmente da una serie di conferenze a livello mondiale con cadenza quasi annuale e soprattutto con documenti fondamentali tra cui “Our common future report” dell’ONU negli anni ’80 e le “Convenzioni ONU sulla biodiversità, sul clima e contro la desertificazione” emanate dalla conferenza internazionale di Rio de Janeiro nel 1992, sottoscritte da più di 150 Paesi e divenute poi direttive della Comunità Europea e leggi dello Stato italiano e degli altri Paesi europei.
Tutto ciò premesso è finalmente ora che ci chiediamo perché, nonostante gli studi e le analisi approfondite , gli allarmi ripetuti più volte, le convenzioni e le leggi emanate, non si sia ancora riusciti a dare risposte adeguate, in sede nazionale ed internazionale, a problemi reali ed importanti che rappresentano una minaccia concreta alla nostra salute, alle nostre condizioni di vita ed alla nostra stessa sopravvivenza. Quale sia la ragione di questa riluttanza generale a farsi carico di un problema grave ed importante che interessa tutti senza eccezione alcuna. Da che cosa dipenda la mancata assunzione di responsabilità e di fattiva partecipazione a risolvere problemi che minacciano la stessa perpetuazione del genere umano e di molte altre specie animali e vegetali.
La cosa è sorprendente e quasi incredibile se la si analizza senza preconcetti.
Per renderci conto dell’assoluta anomalia di questo comportamento prendiamo ad esempio la reazione di chi si accorge che nei muri portanti della propria casa si stanno aprendo rapidamente una o più grosse crepe.
E’ normale, è credibile che non si preoccupi affatto e continui a comportarsi come se niente fosse ? Evidentemente no ! Perché, invece, ciò accade quando si tratta dei “muri portanti della biosfera” da cui dipende la qualità della nostra esistenza ed in prospettiva la nostra stessa sopravvivenza ?
Ad una attenta riflessione alcune risposte ai quesiti di cui sopra appaiono verosimili.
1) Evidentemente la generalità delle persone non crede del tutto alla gravità dei problemi ambientali ; recepisce, ma con riserva, le analisi fatte dagli esperti. E’ comunque restia a rimuovere questo tipo di problemi dagli ultimi posti nella scala delle priorità dove ora si trovano e ad elevarli al livello delle preoccupazioni primarie come la salute, il reddito, la sicurezza ecc. Ciò può dipendere principalmente da due cause :
- la relativa rapidità dell’insorgenza dei fenomeni (pochi decenni) e la ciclicità con cui si evolve la vita sulla Terra; condizioni che ingenerano la speranza si tratti di fenomeni temporanei, destinati a scomparire nel tempo, con il ripetersi di nuovi cicli.
- la revoca in dubbio di una parte minoritaria di scienziati (o se dicenti tali), che sono sempre in attesa di qualche dimostrazione o elemento in più per accettare definitivamente ciò che è evidente e sotto gli occhi di tutti.
2) La forte diffusa propaganda di chi per interessi personali, economici, di prestigio o di altro genere, rema contro e nega sempre perfino l’evidenza.
3) Ed inoltre ad influire maggiormente sul comportamento comune è forse l’atteggiamento della generalità delle persone quando osservano od apprendono notizie sul degrado ambientale : è quello di chi è del tutto separato da esse.
Pur essendo anche vivamente interessate non si sentono comunque coinvolte personalmente e si chiedono, in modo rinunciatario “che cosa posso fare io da solo di fronte a fenomeni così complessi ?”
E’ interesse primario di tutti e di ciascuno non lasciare cadere senza soluzione i punti e gli argomenti di cui sopra.
1) E’ vero, la rapidità con cui si sono manifestate queste alterazioni ambientali
(cinque o sei decenni sono un nulla rispetto alla vita sulla Terra) è tale da sconcertare e da rendere difficile accettare la necessità di adottare comportamenti che richiedano la cessazione di abitudini in uso da generazioni e generazioni ; ma è altrettanto vero che ciò è avvenuto, non a caso, parallelamente all’enorme esplosione, nel mondo intero, delle attività industriali ad iniziare dalla metà del secolo scorso. Ed quindi illusorio coltivare la speranza di un recesso spontaneo.
E’ vero anche che in precedenza i cicli naturali riuscivano ad assorbire, quasi completamente, nei suoli, nelle acque e nei mondi vegetale ed animale, i prodotti residuali dell’attività umana, come quelli degli altri animali o delle piante, Ma da allora le dimensioni e la composizione chimica dei rifiuti liberati in natura dall’uomo hanno superato i limiti oltre i quali la natura non è più in grado di assorbirli e riciclarli e da allora quindi il loro continuo accumulo genera, anno dopo anno, un inquinamento crescente.
Alcuni scienziati, poi, sono restii ad accettare il concetto che siano le attività umane a determinare le alterazioni degli equilibri ambientali opponendo che l’entità e la dimensione delle forze naturali in gioco, siano esse di natura astronomica (le radiazioni solari, la gravitazione ecc.) o geofisica (la rotazione, le forze endogene, le maree ecc.) sono incomparabilmente superiori a quelle generate dall’uomo. A questa impostazione scientifica è già stata data risposta in sede autorevole e cioè che nel merito, non vanno considerate solo l’entità e la dimensione delle forze in gioco, ricordando che quelle astronomiche e geofisiche già agiscono a determinare gli equilibri naturali. Ogni altra spinta aggiuntiva, come quella generata dalle attività umane, anche se di dimensioni inferiori, non lascia immutati gli equilibri che si determinano spontaneamente, ma li altera per dar luogo a nuovi equilibri diversi dai precedenti.
2) Chi ostinatamente nega ogni evidenza a questo proposito in molti casi è spinto a farlo, come detto, da interessi economici ( si pensi ad es. alla resistenza opposta ad uscire, il più presto possibile, dalla dipendenza degli idrocarburi o del carbone ) o da motivi ideologici (la contrarietà ad abbandonare qualche teoria alla quale, costi quel che costi, non si vuole rinunciare per prestigio personale) e si sa che….. non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
3) Chi si sente impotente come singolo di fronte alla complessità dei fenomeni ambientali deve considerare che le popolazioni sono costituite dalla molteplicità delle singole persone che da sole poco possono, ma assieme sono determinanti. Che cosa può fare di utile ognuno di noi ? Ad esempio convincersi che ogni danno arrecato alla biosfera, ovunque avvenga, è un danno che ci tocca e ci impoverisce direttamente e personalmente e poi impegnarsi a riscattare nella nostra considerazione i problemi ambientali dal basso livello di considerazione in cui generalmente si trovano, elevandoli a quello delle cose importanti e prioritarie. Ciò sarà già sufficiente a modificare radicalmente i nostri comportamenti. Ad esempio, in ogni tornata elettorale occorre evitare accuratamente di votare i candidati, di qualsiasi partito essi siano, che non si impegnino esplicitamente a promuovere i problemi ambientali ai primi posti nell’agenda della loro futura attività.
In mancanza di ciò le cose continueranno come per il presente.
E’ invece di vitale importanza che gli allarmi, che a Parigi e altrove, gli scienziati lanciano sempre più insistentemente, non continuino ad essere ignorati ma che si generino in ogni Paese importanti spinte popolari che inducano i governi ad azioni congrue ed adeguate ai pericoli e alle gravi situazioni ambientali che incombono. In questo modo sarà forse ancora possibile evitare a tutti noi parte delle prevedibili ed anzi già previste disastrose esperienze a cui inevitabilmente e irresponsabilmente ci stiamo avviando.